Carcere di Pordenone: la morte di un 19enne che potrebbe essere mio figlio

20 Agosto 2026

All’indomani della morte del ragazzo di 19 anni in carcere a Pordenone voglio condividere  una riflessione sul significato di “rimanere umani”, e lo voglio scrivere da madre, prima ancora che da consigliera comunale di un Comune che ha un carcere, è capitale della cultura, mette risorse economiche sul progetto di “città educante” ma si rifiuta di lavorare per l’istituzione di un garante dei detenuti.

Io lo so che è un tema difficile. L’ho letto in alcuni raccapriccianti commenti di qualcuno che si erge paladino della giustizia (o del giustizialismo?) e alza i calici davanti a una tragedia perché “abbiamo un problema di meno”.

Ho quattro figli: la più grande di 21 anni, e il secondo di quasi 19 anni, la stessa età di quel ragazzo che si è tolto la vita, mettendo a rischio anche quella degli altri. Chi è genitore lo sa quanto sia difficile crescere un figlio. Spesso siamo assenti, spesso pensiamo che il silenzio dei nostri figli sia indice di ragazzi mansueti, che non creano problemi, che stanno bene.

E se il genitore non ce l’hai?

Davanti a una tragedia io non voglio e non posso guardare la nazionalità. Davanti a questa tragedia io vedo un ragazzo che ha l’età di mio figlio e che non ha avuto scelta nella vita. Non ha avuto scelta di nascere in Egitto invece che in Italia. Non ha avuto scelta di passare da un CPR invece che andare a scuola, sognare una vita, dei progetti. Non ha avuto scelta se a 19 anni finisci dietro alle sbarre in un piccolo carcere di periferia, sovraffollato e non progettato per ospitare delle persone in stato detentivo. Non ha avuto scelta se ha perso la speranza per un futuro dopo le sbarre e ha scelto di togliersi la vita.

L’educazione, la cultura, sono le grandi leve che trasformano gli uomini e le donne. Danno una possibilità di scegliere chi si vuole essere. “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza” spronò Ulisse.

Pordenone, Capitale della Cultura, sta mettendo risorse economiche per essere città educante. Perché la casa circondariale deve rimanere fuori da questo ambizioso progetto? Perché questa sarebbe la finalità del carcere: rieducare. Non trasformare una persona in animale. Perché se condividi 7 metri quadrati con altre 6 persone, cosa provi? Come ti senti? Che futuro puoi avere?

Lo stato di civiltà di un Paese si misura anche e soprattutto  dai luoghi dove lo Stato esercita il suo potere massimo, con la contrazione del diritto supremo per una persona, ossia la libertà. Cosa significa lasciare fuori dai muri la pietas, il perdono, il riscatto?

Chi ha sbagliato è giusto che paghi il suo debito con la società.

Se è pericoloso è giusto che sia limitato nella libertà.

Ma poi? Perché dobbiamo chiudere gli occhi davanti a quello che oggi rappresenta, a tutti gli effetti, una vera piaga e bomba sociale?

Perché se il carcere non rieduca, la fragilità aumenta con costi economici sociali che pagano tutti in termini di sicurezza e paura. Non è riempiendo le carceri e buttando le chiavi che si risolvono i problemi sulla sicurezza. Non è spogliando di umanità gli uomini e le donne che scontano la loro pena che il nostro paese può definirsi civile. Dietro al carcere ci sono storie di persone, di famiglie, di bambini e anche di lavoratori sotto pressione. Dietro alle porte di un carcere c’è anche la possibilità di scrivere un nuovo futuro per il nostro Paese, fatto meno di propaganda e più di civiltà. Il primo passo, per Pordenone, sarebbe anche nell’istituzione del garante per i detenuti.

 Cordialmente

Consigliera comunale PD Pordenone

Irene Pirotta