Prato, 26 settembre 2026 – riflessioni sull’incontro dei riformisti del PD a Prato


Quindi, posso non essere d’accordo sul fatto che oggi sia Conte a dettare l’agenda al maggior partito di opposizione?
Di seguito il testo del mio intervento nel pannel tematico : proteggere
—
CAMBIARE — Prato, 26 settembre 2026
Ciao Prato!
Siamo qui sotto una parola impegnativa: Cambiare.
E forse dovremmo cominciare proprio da noi riformisti.
Troppo spesso ai riformisti è stata appiccicata un’etichetta: moderati.
Quasi che essere moderati significasse stare nel mezzo, non disturbare, cercare sempre una mediazione.
Ma è davvero così?
Per me riformismo significa cambiamento. E in un tempo di grandi trasformazioni e grandi pericoli, essere riformisti significa avere il coraggio di essere radicali.
Radicali non nei toni.
Radicali nelle scelte.
E allora la domanda vera che dobbiamo farci oggi è molto semplice:
a cosa serviamo?
Quali idee portiamo nel Partito Democratico e quali risposte siamo capaci di dare alle persone?
Perché fuori da qui le persone ci pongono problemi molto concreti.
Ci parlano di salari, sanità, lavoro. E ci parlano di sicurezza.
La sicurezza è un diritto di tutti, soprattutto di chi vive nelle periferie, di chi utilizza i mezzi pubblici, di chi non può permettersi alternative.
E sull’immigrazione dobbiamo riuscire a tenere insieme tre parole: umanità, legalità e integrazione.
Anche questo significa essere riformisti: non scegliere le risposte più semplici, ma costruire quelle che funzionano.
E poi c’è la libertà.
Proprio dalla mia Pordenone, alla chiusura di Pordenonelegge, il Presidente Mattarella ci ha ricordato il valore del dissenso.
Il dissenso non è il nemico della democrazia: è uno degli strumenti attraverso cui la democrazia protegge sé stessa.
Il dissenso alimenta l’informazione, l’informazione produce conoscenza e cultura. E dalla cultura nasce il coraggio civile.
Un coraggio che spesso ha avuto il volto delle donne, come le donne iraniane e il loro grido:
Donna. Vita. Libertà.
La libertà è una parola radicale.
E oggi essere radicali nella difesa della libertà significa esserlo anche nella difesa dell’Europa.
Per noi del Friuli-Venezia Giulia l’Europa non è qualcosa di astratto.
Siamo una terra che ha conosciuto una cortina di ferro che divideva e che oggi vive quotidianamente la realtà di essere terra di confine, tra problemi e opportunità.
Sappiamo cosa significa passare dalla divisione alla collaborazione, e Gorizia-Nova Gorica come prima capitale della cultura transfrontaliera sono il segno tangibile del nostro vissuto, della nostra storia.
Per questo abbiamo bisogno di un’Europa più forte, più unita e capace di decidere. Un’Europa federale.
E credo che da Prato debba arrivare un’indicazione chiara alla nostra Segretaria:
sull’Ucraina il Partito Democratico non deve arretrare.
La pace è l’obiettivo. Ma una pace giusta non può significare accettare che siano le armi a decidere i confini e il destino di un popolo. Difendersi non significa arrendersi.
Nessuna ambiguità su questo punto.
Perché qui non è in gioco soltanto una strategia elettorale. È in gioco la tenuta di un sistema europeo fondato sulla democrazia, sul diritto e sulla libertà.
E le scelte di oggi costruiscono il nostro domani.
Per questo penso che la scelta di un’Europa forte e federale possa aprire anche una riflessione sul futuro del riformismo italiano in Europa e, perché no, sul rapporto con la famiglia liberaldemocratica di Renew Europe.
Ma dobbiamo essere chiari anche dentro il PD.
Prima i contenuti, poi le leadership.
Prima ciò che siamo, poi le alleanze.
E soprattutto ricordiamoci una cosa: la nostra casa è il Partito Democratico.
È qui che vogliamo portare le nostre idee. È qui che vogliamo contribuire a cambiare.
E vogliamo farlo partecipando.
Dal Friuli Venezia Giulia abbiamo consegnato alla Segretaria Schlein un documento: “Il mio voto conta”.
Abbiamo chiesto che la selezione della classe dirigente parta anche dai territori, dai circoli, dagli iscritti e dagli amministratori locali. Perché il PD può ricreare al proprio interno lo spirito della partecipazione e delle preferenze.
Non possiamo difendere il pluralismo fuori e temere il dissenso dentro.
Non possiamo chiedere partecipazione ai cittadini e poi decidere tutto dall’alto.
E allora Cambiare significa non avere paura di essere radicali quando sono in gioco i nostri principi.
Radicali nella libertà.
Radicali nella scelta europea.
Radicali nella democrazia.
Radicali nella partecipazione.
Possiamo essere moderati nei toni, ma non nei valori.
E allora torno alla domanda iniziale:
a cosa serviamo?
Serviamo se portiamo idee, se costruiamo risposte, se abbiamo il coraggio di cambiare.
Perché la nostra casa è il Partito Democratico.
E se Cambiare è il titolo di oggi, da domani deve diventare un’azione.
Grazie
