Grazie Segretaria,
grazie Presidente,
grazie a tutte e tutti voi.
Parto dal referendum.
A livello nazionale ha vinto il NO.
Non era scontato: è stato il risultato di impegno, mobilitazione e lavoro unitario. E credo sia giusto riconoscere anche il contributo dell’Onorevole Debora Serracchiani, per il lavoro di formazione svolto all’inizio della campagna.
Ma dobbiamo dirci la verità: molti cittadini non hanno votato solo sul merito del quesito, anzi.
Si sono posti una domanda politica:
“Voto contro il Governo di Giorgia Meloni, quindi NO? Oppure voto contro la magistratura, quindi SÌ?”
Ha vinto il NO, e questo è un segnale importante.
Dice che il clima può cambiare.
Ma se vogliamo capire davvero questo voto, dobbiamo andare oltre.
Perché mentre a livello nazionale ha vinto il fronte della difesa della Costituzione, nei territori più produttivi – come il nostro, come Veneto e Lombardia – ha vinto il SÌ.
E questo ha un significato preciso: qui c’è una domanda forte di cambiamento.
Una domanda di riforme, di efficienza, di competitività.
E riguarda ambiti fondamentali: giustizia, sanità, scuola.
Sono questi i settori che oggi stanno pagando di più i cambiamenti demografici ed economici, con ripercussioni anche sul mondo delle imprese e ricordo che , senza imprese non c’è lavoro.
Allora la domanda è: possiamo partire da qui per costruire una proposta politica vincente?
Io credo di sì. Soprattutto a livello regionale.
Partiamo da un dato concreto: Pordenone.
50.000 abitanti, una roccaforte della destra, legata alla filiera politica dei Ciriani, oggi rafforzata anche dal riconoscimento di Capitale della Cultura 2027.

Eppure proprio lì il NO vince.
Di poco, certo: 241 voti. Ma vince. In controtendenza con il resto di tutta la provincia.
E soprattutto cresce la partecipazione: oltre 2.700 persone in più rispetto alle ultime amministrative (affluenza del 64% contro il 51%)
Questo è un punto: c’è una crepa.
Piccola, ma significativa. Una crepa in un sistema che sembrava chiuso.
Certo, il quadro generale resta chiaro:
nelle province di Pordenone e Udine il SÌ prevale nettamente.
Mentre a Gorizia e Trieste vince il NO.
E allora dobbiamo farci una domanda semplice:
da dove si costruisce una vittoria alle regionali?
Io credo da due criteri.
Il primo: partire dai territori che vincono.
Se vogliamo essere competitivi, dobbiamo guardare alle province di Gorizia e Trieste anche per la costruzione della leadership. È quello che chiamo il “criterio del territorio che vince”.
Il secondo: la competenza.
Si parla di “candidatura civica”.
Ma attenzione: civico non significa fuori dalla politica o dai partiti.
Civico significa mettere davanti l’interesse dei cittadini e credo che il modello a cui dobbiamo puntare è quello dell’Emilia-Romagna: si vince con candidature di partito e istituzionali, di amministratori che vincono con una parte di voti ma sanno rappresentare anche chi non li ha votati. Si chiama senso istituzionale e va di pari passo con la credibilità di chi si candida.
E oggi chi incarna davvero questa credibilità? I sindaci che hanno amministrato bene, che hanno esperienza, che hanno già dimostrato capacità. Sindaci e sindache che abbiano svolto e concluso almeno 2 mandati. Non 1, ma 2!
E noi, come Partito Democratico, queste figure le abbiamo.
Possiamo valorizzarle?
Dire “candidatura di partito” non vuol dire chiudersi.
Vuol dire valorizzare percorsi, serietà, coerenza.
E allo stesso tempo costruire apertura e alleanze.
E qui arrivo a un punto politico decisivo.
Trovo sbagliato – e anche pericoloso – che qualcuno abbia interpretato la vittoria del NO come un’occasione per escludere o “epurare” chi, nel campo progressista o moderato, aveva posizioni diverse.
Non funziona così.
Le elezioni si vincono con i numeri.
E i numeri si costruiscono includendo, non escludendo.
La differenza tra noi e la destra deve stare qui:
nella capacità di discutere, di confrontarci, di fare sintesi.
Le differenze non sono un problema.
Sono una risorsa.
Il Partito Democratico è, e deve restare, un partito plurale.
Perché una cosa è certa:
i leader passano, ma le idee restano.
E se smettiamo di discutere, perdiamo prima ancora di iniziare.
Allora chiudo con una domanda semplice:
vogliamo davvero vincere?
Grazie.
