Assemblea Regionale PD Friuli-Venezia Giulia 30.03.2026 : il mio intervento

1 Aprile 2026

Grazie Segretaria,
grazie Presidente,
grazie a tutte e tutti voi.

Parto dal referendum.

A livello nazionale ha vinto il NO.
Non era scontato: è stato il risultato di impegno, mobilitazione e lavoro unitario. E credo sia giusto riconoscere anche il contributo dell’Onorevole Debora Serracchiani, per il lavoro di formazione svolto all’inizio della campagna.

Ma dobbiamo dirci la verità: molti cittadini non hanno votato solo sul merito del quesito, anzi.
Si sono posti una domanda politica:
“Voto contro il Governo di Giorgia Meloni, quindi NO? Oppure voto contro la magistratura, quindi SÌ?”

Ha vinto il NO, e questo è un segnale importante.
Dice che il clima può cambiare.

Ma se vogliamo capire davvero questo voto, dobbiamo andare oltre.
Perché mentre a livello nazionale ha vinto il fronte della difesa della Costituzione, nei territori più produttivi – come il nostro, come Veneto e Lombardia – ha vinto il SÌ.

E questo ha un significato preciso: qui c’è una domanda forte di cambiamento.

Una domanda di riforme, di efficienza, di competitività.
E riguarda ambiti fondamentali: giustizia, sanità, scuola.
Sono questi i settori che oggi stanno pagando di più i cambiamenti demografici ed economici, con ripercussioni anche sul mondo delle imprese e ricordo che , senza imprese non c’è lavoro.

Allora la domanda è: possiamo partire da qui per costruire una proposta politica vincente?

Io credo di sì. Soprattutto a livello regionale.

Partiamo da un dato concreto: Pordenone.
50.000 abitanti, una roccaforte della destra, legata alla filiera politica dei Ciriani, oggi rafforzata anche dal riconoscimento di Capitale della Cultura 2027.

Risultati referendum 22-23 marzo 2026 provincia di Pordenone

Eppure proprio lì il NO vince.

Di poco, certo: 241 voti. Ma vince. In controtendenza con il resto di tutta la provincia.

E soprattutto cresce la partecipazione: oltre 2.700 persone in più rispetto alle ultime amministrative (affluenza del 64% contro il 51%)

Questo è un punto: c’è una crepa.
Piccola, ma significativa. Una crepa in un sistema che sembrava chiuso.

Certo, il quadro generale resta chiaro:
nelle province di Pordenone e Udine il SÌ prevale nettamente.
Mentre a Gorizia e Trieste vince il NO.

E allora dobbiamo farci una domanda semplice:
da dove si costruisce una vittoria alle regionali?

Io credo da due criteri.

Il primo: partire dai territori che vincono.
Se vogliamo essere competitivi, dobbiamo guardare alle province di Gorizia e Trieste anche per la costruzione della leadership. È quello che chiamo il “criterio del territorio che vince”.

Il secondo: la competenza.

Si parla di “candidatura civica”.
Ma attenzione: civico non significa fuori dalla politica o dai partiti.

Civico significa mettere davanti l’interesse dei cittadini e credo che il modello a cui dobbiamo puntare è quello dell’Emilia-Romagna: si vince con candidature di partito e istituzionali, di amministratori che vincono con una parte di voti ma sanno rappresentare anche chi non li ha votati. Si chiama senso istituzionale e va di pari passo con la credibilità di chi si candida.

E oggi chi incarna davvero questa credibilità? I sindaci che hanno amministrato bene, che hanno esperienza, che hanno già dimostrato capacità. Sindaci e sindache che abbiano svolto e concluso almeno 2 mandati. Non 1, ma 2!

E noi, come Partito Democratico, queste figure le abbiamo.
Possiamo valorizzarle?

Dire “candidatura di partito” non vuol dire chiudersi.
Vuol dire valorizzare percorsi, serietà, coerenza.
E allo stesso tempo costruire apertura e alleanze.

E qui arrivo a un punto politico decisivo.

Trovo sbagliato – e anche pericoloso – che qualcuno abbia interpretato la vittoria del NO come un’occasione per escludere o “epurare” chi, nel campo progressista o moderato, aveva posizioni diverse.

Non funziona così.

Le elezioni si vincono con i numeri.
E i numeri si costruiscono includendo, non escludendo.

La differenza tra noi e la destra deve stare qui:
nella capacità di discutere, di confrontarci, di fare sintesi.

Le differenze non sono un problema.
Sono una risorsa.

Il Partito Democratico è, e deve restare, un partito plurale.

Perché una cosa è certa:
i leader passano, ma le idee restano.

E se smettiamo di discutere, perdiamo prima ancora di iniziare.

Allora chiudo con una domanda semplice:
vogliamo davvero vincere?

Grazie.